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A Francesca

E’ una serata strana. Anche se definirla strana è un eufemismo.

Da poche ore ho saputo che una donna che conoscevo è morta. Si chiamava Francesca, e per essere più precise, è stata uccisa. Stamattina è stata accoltellata dal suo ex marito, che la stalkerava ormai da anni.

Circa 8 anni fa, sono stata maestra in un asilo nido. E’ stato in assoluto il lavoro più bello che abbia mai avuto la fortuna di fare. Ricordo ancora tutti i volti e tutti i nomi di quei bambini piccolissimi e profumati, e tra tutti quei volti ricordo precisamente quello di Vanessa, coi suoi grandissimi occhi blu e il nasino a patatina. Ero una delle sue maestre preferite, e me ne vantavo, perché era una bambina sveglia e intelligente nonostante i suoi soli 18 mesi di vita. Non appena entrava al nido, si staccava dalla mamma solo per venire tra le mie braccia e accoccolarcisi un po’, col ciuccio in bocca e gli occhietti chiusi stretti stretti. Quando li riapriva, la mamma non c’era già più, ma si ritrovava circondata dalle amichette di sempre, e allora cominciava a giocare felice e serena senza più pensieri. Aveva imparato che la mamma tornava sempre.

Mi si stringe il cuore al pensiero che Vanessa, da questa mattina, una mamma non ce l’avrà più. E non avrà neanche più un papà, perché oltre ad uccidere Francesca, quell’uomo che non è neanche degno di essere definito tale ha deciso che togliersi la vita sarebbe stato meglio che finire i propri giorni in galera.

Ricordo ancora che, non più tardi di 5 anni fa, un’amica comune mi raccontò che Francesca era rinata dopo il divorzio, che aveva ritrovato la voglia di vivere, e sorrideva e splendeva come una stella. L’unico neo, se così possiamo chiamarlo, era quell’ex marito che proprio non voleva saperne di lasciarla in pace. Spesso, rientrando a casa dopo un’uscita con le amiche, lo trovava parcheggiato sotto casa, tanto che anche Vanessa, col tempo, aveva cominciato ad avere un po’ timore di questo babbo (così chiamiamo i papà in Toscana) un po’ triste e strano.

Non so come si siano evolute le cose, perché la vita mi ha portata lontana dai luoghi che frequentavo allora, ma scoprire come sono andate a finire le cose, mi ha lasciato senza parole…

Non avrei voluto scrivere niente; avrei voluto solo restare in silenzio. Ma poi mi sono detta che, se succedesse a me, non vorrei che il mondo stesse in silenzio. Vorrei che chiunque abbia voce, denunciasse una vicenda così terribile. Non so se tutto questo poteva essere evitato, ma voglio convincermi di no, in modo tale da non potermela prendere con nessuno se non con chi ha messo sulla terra una specie così difettosa e avariata come quella umana

E quindi non mi resta che lasciare racchiuse tra queste righe le mie lacrime e il mio saluto per Francesca, a cui un uomo che non ne aveva il diritto ha deciso di togliere la vita. Vanessa dovrà capire che le mamme non sempre ritornano, anche se ha solo 9 anni.

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Coming out

Ci penso ormai da qualche giorno ma proprio non so decidermi, quindi lo farò “intanto che scrivo”.

Circa un anno fa, ho creato questo spazio e ho deciso di chiamarlo “Il blog senza faccia” (qui potete trovare il post esplicativo che scrissi allora).

Ma in un anno tante cose sono cambiate: la mia vita è cambiata, i miei rapporti con le persone sono cambiati, io stessa sono cambiata. Non so se in bene o in male (lascerò l’ardua sentenza a chi vorrà preoccuparsene), ma di fatto sento che le mie esigenze sono cambiate, e più di ogni altra cosa, adesso sento il bisogno di smettere di rimandare.

E’ una vita che rimando per paura. Paura di fallire, paura del giudizio altrui, paura di perdere la speranza. Ma oggi ho deciso di fregarmene altamente di tutte queste paure e di dare un volto a questo blog.

E se le persone che conosco nella vita “reale” venissero a scoprirlo? Forse questa domanda che prima rivolgevo a me stessa con timore, adesso è diventata una speranza, come a dire:”adesso che ho incontrato la vera me e ho iniziato a prenderci confidenza, posso farla conoscere anche a loro”.

Non che al mondo importi qualcosa del mio blog o di quello che scrivo, o che a voi importi qualcosa di vedere che faccia ho ,ma questo passo serve a me per dimostrare a me stessa di essere cresciuta ed avere coraggio.

Quindi, bando alle ciance: passiamo alle presentazioni.

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Piacere, mi chiamo Giulia, ho 31 anni, e vivo in Toscana. Ho pochissime foto decenti perché in generale non mi piace farmi fotografare (“non sono fotogenica, in foto vengo male, non mi posso vedere, mi vergogno” e tutte le altre menate simili). Quindi vi propongo una me sorridente che spero possa risultare amichevole e meno tormentata rispetto alla Giulia che scrive ogni settimana su questo blog. Perché alla fin fine adoro ridere e mi piace farlo più spesso possibile. Adoro anche le persone che riescono a far ridere gli altri, e se riesco io stessa a strappare un sorriso a qualcuno, mi sento davvero felice.

 

A parte questo breve accenno alla mia parte gioiosa che probabilmente sul blog resta un po’ nell’ombra, non credo che ci sia altro da aggiungere. Se ogni tanto vi capita di leggere le cavolate che scrivo, avete già tutte le informazioni che vi servono 😉

Quindi, adesso che il passo più difficile è fatto (“aspetta a cantar vittoria, devi ancora pubblicarlo questo post! Scriverlo e basta non vale!”), ecco che si prospetta all’orizzonte un nuovo quesito: e adesso come lo chiamo questo blog?

 

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Valentine’s Day Tag

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La fantastica Valentina di A Place For My Head mi ha coinvolto nel Valentine’s Day Tag, che mi sembra un’idea molto carina per affrontare questo San Valentino con meno ansia e più leggerezza. Perché, anche se sono innamorata, essere bombardata da frasi del tipo “Acquista un bel gioiello per San Valentino! Colleziona le frasi di Emma dei Baci Perugina per San Valentino! Rendi speciale questo San Valentino!” e via dicendo, mi snerva e non poco. Come al solito, l’industria del consumismo riesce a distruggere anche una giornata che, se presa per quello che è, potrebbe anche essere un’occasione carina per ricordarci di prestare più attenzioni alla persona che abbiamo a fianco. Ma va be’, polemiche a parte, partiamo con le regole del Tag:

• Usare l’immagine ufficiale del tag
• Ringraziare chi ti ha nominato

• Partecipare al tag elencando il libro e/o film in base alla descrizione del cioccolatino inerente

• Invitare a partecipare almeno tre blog

Cominciamo!

#1 Cioccolatino al latte.

Cominciamo subito con il Cioccolatino numero 1, quello al latte (che è anche il mio preferito), ovvero un libro, o un film, dalla storia tanto dolce e bella da essere riuscita a trasmetterti emozioni di assoluta purezza.

Non ho dubbi: è assolutamente Io prima di te, il film tratto dal best seller di Jojo Moyes.

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Ho trovato questa storia d’amore ineguagliabile, assolutamente romantica e coinvolgente. Non ho ancora letto il libro, ma se solo il film è stato così intenso, sicuramente non rimarrò delusa dal romanzo!


 

#2 Cioccolatino al caffè:
Un libro, o un film,che ha totalmente catturato la tua attenzione, senza mai farti annoiare.

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins 978886836859HIG_0caaaddf57484275bc1be0a9e3a0413f

 

 

 

Si tratta di un giallo che ha in se’ una storia d’amore di quelle malate, inconcludenti, deterioranti. Purtroppo in alcuni casi l’amore è anche questo.

Se vi interessa, qui potete trovate la mia recensione completa.

 


 

#3 Cioccolatino alla menta:
Un libro, o un film,la cui storia ti ha trasmesso speranza e spirito di rinascita.

‘’Hunger Games- Il canto della rivolta’ 

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Ho seguito tutta la serie al cinema, e la trovo molto potente. E’ presente l’amore sotto ogni forma: quello tra una donna e uomo, quello tra amici, quello di un genitore, quello per il proprio popolo. La lotta è ardua e complessa, ma sotto le ceneri esiste sempre un canto, uno spirito indomito che sa far rinascere tutto quello che si pensava morto per sempre.


#4 Cioccolatino extra fondente:

Un libro, o un film,la cui storia losca ed oscura,ma al tempo stesso in un fascino accattivante,ti ha conquistato.

“Le metamorfosi – L’asino d’oro” di Apuleio

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Ricordo che ci assegnarono questa lettura in seconda superiore. Ne rimasi abbastanza sconvolta, ma allo stesso tempo assolutamente affascinata, tanto che questo libro così antico rimane tutt’oggi uno dei miei libri preferiti.

Si narra di una donna e di un asino, e dei dettagli del loro incontro “amoroso”. Può bastare?

 



#5 Cioccolatino liquore e ciliegia
:
Un libro, o un film,alla cui storia travolgente e passionale non hai proprio saputo resistere.

‘’Twilight’’, ma anche “New Moon”, ma anche “Eclipse” di Stephenie Meyer

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Ho amato tutti i libri della Meyer, e trovo che sia riuscita a dar vita ad una storia d’amore incredibile, in grado di far emozionare chiunque.


 

Le mie nomine

 

 

 

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Il mio piccolo GRANDE progetto. Collaboratrici cercasi

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Finalmente oggi trovo un po’ di tempo e di coraggio per fare un coming out un po’ particolare.

Qualche post fa (questo è il link), avevo buttato lì una mezza anticipazione di qualcosa che stava solo cominciando a prendere spazio tra i miei pensieri. Un progetto. Un piccolo grande progetto.

E oggi sono qui per spiegare un po’ di cosa si tratta e cercare volontarie che abbiano voglia di intraprendere con me questo percorso tutto in divenire.

Ho scritto “volontarie” perché si tratta di un qualcosa pensato da una donna per le donne, ma niente vieta che all’iniziativa possa aggregarsi qualche maschietto che pensi di poter dare un valido contributo alla causa.

Ma adesso basta cianciare, e vi vado a sintetizzare questo progetto in una semplice e banale domanda: chi di voi donne “all’ascolto” potrebbe dire di sentirsi bella, di sentirsi bene con sé stessa?

Per quanto mi riguarda, provate a chiedermi se mi sento bella. La risposta sarà “assolutamente no, sotto nessun punto di vista, in nessuna galassia e nessuna dimensione spazio-temporale esistente e non”. Eppure fonti certe mi assicurano che lo sono.

Per una donna che si piace, che si sente bella, ce ne saranno 100 che odiano il proprio riflesso allo specchio. E non parlo solo del riflesso “estetico”, ma dell’immagine più generale che le donne hanno di sé, della propria persona, e delle proprie caratteristiche e qualità.

La cosa buffa, è che la maggior parte di queste donne non è “brutta” come crede: ha semplicemente una visione distorta di sé.

Io faccio parte di queste donne.

Le cause di questa visione distorta sono molteplici e da ricercare non solo nel passato personale di ciascuna, ma anche, e soprattutto, nel bombardamento massivo di media e social che da sempre disegnano il prototipo di donna, quella sempre perfetta e desiderabile, a cui tutte le donne (quelle vere, fatte di ciccia e sentimenti) devono tendere fino a complessarsi, fino a diventare bulimiche o anoressiche, fino a deprimersi.

A tutto questo, voglio aggiungere il carico da 90, ovvero quella dannata rivalità femminile che ci porta a danneggiarci a vicenda, e rincara la dose già troppo massiccia di attacchi all’autostima e di disagio che inconsapevolmente assumiamo ogni giorno.

La mia idea è quella di realizzare un modestissimo sito internet (che può partire come un blog gestito da più persone e poi svilupparsi col tempo) grazie al quale aiutare più donne possibili a capire che sono bellissime anche se a loro non sembra, anche se non riescono a vederlo. Sì, lo so, penserete che sia una missione impossibile e che servirebbe un miracolo, o quanto meno un team di esperti di psicologia femminile in grado di risolvere problemi e conflitti interiori di dimensioni epiche. Ma si sa, i desideri, così come i sogni, nascono senza confini o limitazioni, e per realizzarli bisogna solo lasciarli essere: se li freniamo in partenza, non andremo mai da nessuna parte.

Visto che ho cominciato ad intraprendere per me stessa questo cammino di accettazione e consapevolezza, ho pensato che non fosse una cattiva idea condividerlo con chi nutre per sé lo stesso desiderio. Probabilmente non sarò in grado di dare risposte e soluzioni, ma sicuramente posso condividere conoscenze, traguardi e pensieri rivolti all’acquisizione di visione realistica e migliore di sé. Diffido sempre da chi promette di darti la soluzione ai TUOI problemi in dieci giorni.

Faccio il primo grande passo per me stessa scrivendo questo post nell’ottica di presentarlo e cercare nuove collaborazioni. Sarò felice di accogliere a bordo chi avrà voglia di far parte di questo progetto. Rispondete sotto questo post e poi ci sentiremo in separata sede per organizzare il tutto!

Premetto che non vuole essere una cosa troppo impegnativa, perché tra lavoro e impegni vari il tempo che ho a disposizione non è tanto. Ma proprio per questo ho deciso che questa volta non volevo fare tutto da sola: fare parte di una squadra rende tutto molto più semplice e bello.

 

Ps: Valentina (di A Place for My Head) è già salita a bordo 😉

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30 Giorni per volersi bene – Giorno 29

 

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L’esercizio del giorno 29 nella sfida #30 Giorni per volersi bene, ci invita a circondarsi di persone positive. Infatti, frequentare persone che ci fanno stare bene ci aiuterebbe ad allontanare altra negatività oltre a quella che ci portiamo appresso ogni giorno.

Io vorrei circondarmi di persone positive, lo vorrei davvero tanto. Ma trovare questo tipo di persone, è un’impresa quasi impossibile, talmente impossibile che mi sale spesso la tentazione di abbandonare la ricerca e arrendermi per sempre.

In quanto a quelle negative, ho giustappunto provveduto a fare piazza pulita: tutto ciò che mi è rimasto è una manciata di persone ancora vicine, e poca fiducia verso il genere umano nella sua totalità.

Che poi anche capire quali sono le persone negative, non è mica così semplice! Io non mi reputo un genio ma neanche una stupida, eppure sono stata circondata da persone negative per quasi tutta la mia vita senza rendermene conto. Le amavo, e ho lottato per renderle felici e non farle andar via. Quindi è davvero buffo che alla fine sia stata proprio io ad abbandonarle per sempre. C’è voluto un po’ di tempo, tante musate e diversi mesi passati a riflettere e star male, ma adesso so quali sono le persone negative, che non voglio più intorno a me.

Le riconosco perché sono quelle persone che non sanno farti un complimento, quelle che non ti chiamano a meno che non abbiano bisogno di qualcosa, quelle che promettono ma non mantengono mai, quelle che alla ti usano e poi ti gettano via, quelle che non apprezzano ciò che fai per loro, quelle che ti sminuiscono sempre. Ma soprattutto, le persone negative sono quelle che non ti apprezzano per ciò che sei, che non ti lasciano libera di essere, e che guardano prima alle aspettative sociali e alla morale comune che a sé stessi.

So che la mia ricerca è ancora lunga, anche perché non è detto che se trovo una persona positiva poi riesca a diventarci amica, ma cercherò di non arrendermi, a costo di rimanere sola per molto tempo ancora.

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30 Giorni per volersi bene – Giorno 27. Il perdono.

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Siamo arrivati al Giorno 27 della sfida #30 Giorni per volersi il mare. L’esercizio recita quanto segue: “perdona chi ti ha fatto del male. Per-donare non significa condonare o fare finta che non sia successo niente. Il perdono è il balsamo del cuore che scioglie le catene che ci siamo messi addosso. Quando perdoniamo chi ci ha fatto del male, facciamo un grande atto di amore verso noi stessi.”

Ok, tutto bellissimo, ma se io proprio non avessi voglia di farlo?

A volte ci penso e, parlando tra me e me, mi dico che tutto sommato potrei perdonare questa o quell’altra persona, che tanto ad essere arrabbiata ci sto male soltanto io…oppure no?

Solitamente vince la prospettiva dell’“oppure no” e me ne resto lì con la mia indignazione nei confronti di quei soliti noti.

È ovvio che esistono persone e persone, situazioni e situazioni, e non posso dire di non aver mai perdonato nessuno in vita mia.

Ma ci sono situazioni su cui non riesco e NON VOGLIO muovermi di un millimetro. Voglio proprio che certe persone percepiscano fortemente che le odio fino in fondo all’anima, e che se dovesse capitargli il peggio della vita, non mi importerebbe un fico secco.

Vedasi l’esempio madre al post Perdonatevi da soli, che io non ce la faccio

Anche perché penso:”ma che diamine! MI hanno fatto male, per motivi stupidi o addirittura per nessun motivo, e io dovrei pure perdonarli?”

No. Non ci sto.

E non me ne frega niente di provare l’odio che sento quando penso a loro. È solo il meccanismo di difesa della mia anima, che tira su una barriera per evitare che queste persone riescano a toccarmi di nuovo. E non solo non mi faccio avvicinare, ma nel caso in cui questi esseri idioti riuscissero a toccarmi, posso attaccare a mia volta e fare molto male. Vorrei che provassero anche soltanto una briciola del dolore che hanno inferto a me. Dite che sono vendicativa? Può darsi, e mi sta bene così. Dicono di accettare i propri pregi ed i propri difetti: io accetto questo mio difetto. E non perché sia più facile farlo. Credo di non volerlo cambiare perché mi aiuta a tenere alla larga persone prive di intelletto ed empatia, che finirebbero per farmi male ancora e ancora e ancora.

Mia madre fa parte della cerchia ristretta delle persone che sono riuscite a rovinarmi l’esistenza: è stata molto subdola, perché ha approfittato della fiducia incondizionata che un figlio nutre nei confronti dei propri genitori. Crescendo, ho provato a mettermi nei suoi panni e capire le sue ragioni, le sue debolezze. E le ho capite, a pieno, fino in fondo. Ma questo non mi ha convinto a perdonarla. Anche perché lei non è abbastanza intelligente da capire quando e dove sbaglia. Non mi ha mai chiesto scusa, non si interessa alla mia vita, non mi ama. Quando penso a lei adesso non provo più odio, ma pura indifferenza. Quindi direi che perdono o no, ormai non cambia molto.

Quella che era la mia migliore amica fino ad un anno fa, ha tradito la mia fiducia in maniera irreparabile. Ha deciso di schierarsi con la “morale sociale”. Mi ha spiato di nascosto, ha tratto le sue (errate) conclusioni e poi ha agito alle mie spalle senza chiedermi niente, pretendendo anche di aver ragione. Dovrei forse ringraziarla per aver contribuito a farmi perdere mia nipote per sempre? Dovrei forse ringraziarla per aver fatto pensare al mondo che io fossi la personificazione del male? Mi ha negato la possibilità di spiegare il mio punto di vista a decine delle persone con cui ho condiviso piccole o grandi parti della mia vita passata: quelle persone, a causa sua e di chi le ha dato man forte, adesso mi investirebbero se mi trovassero sulle strisce pedonali. Abbiamo parlato, ho percepito che la sua era tutta una facciata, che non era affatto pentita, che è tutt’ora convinta di aver agito nel modo corretto. Quindi ho lasciato che il tempo facesse il suo corso, ho aspettato per capire quanto le interessasse davvero il nostro rapporto, e così facendo ci siamo semplicemente perse man mano che passava il tempo. Adesso, quando la vedo, non sento più la gioia di un tempo. Non ho più voglia di correre ad abbracciarla. Sento che lei per me non significa più niente. Questa esperienza mi ha fatto capire fino in fondo che tipo di persona è, e semplicemente ho perso stima nei suoi confronti. Non le affiderei neanche il mio pensiero più superficiale, quindi a cosa servirebbe il perdono adesso?

A questo punto mi verrebbe da dire che non c’è sempre bisogno di perdonare. Dato che farlo richiede uno sforzo sovrumano (almeno per me), mi sento di farlo soltanto in pochissimi casi.

Se una persona che amo fa un errore e mi ferisce, ma poi se ne rende conto e si dimostra pentita, credo che i miei sforzi per perdonarla li meriti tutti.

Per il resto del mondo, non capisco che giovamento potrei trarre dal perdono. Mi darebbe l’impressione di “farla passare liscia”, di lasciare che le ingiustizie vaghino libere ed impunite, e che le persone che le hanno commesse si sentano nel giusto, o che possano persino sentirsi libere di continuare a farmi quello che vogliono, tanto io le perdono. Probabilmente è la fiducia negli altri che mi manca. Se io sbaglio e qualcuno me lo fa notare, ci penso, mi sfinisco di ragionamenti, e voglio a tutti i costi chiarire o scusarmi a seconda dei casi. Mi piace pensare di essere capace di imparare da certi errori, di essere in grado di migliorarmi per poi impegnarmi maggiormente nel rapporto con una persona. Non trovo la stessa capacità negli altri, o almeno non in tutti. Quindi, per tutti questi altri, mi accontento di evitarli ed averci a che fare il meno possibile. Nel caso poi dovessi incontrarli, è giusto che percepiscano il mio odio, o che semplicemente si rendano conto che la mia considerazione per loro è quasi pari allo zero. A loro potrebbe non servire mai, ma io almeno sono in pace con me stessa. Mi è stato insegnato che ad ogni azione segue una reazione; io mi prendo la responsabilità delle azioni che faccio, e ne pago le conseguenze: gli altri dovrebbero imparare che per loro la solfa è la stessa.

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30 Giorni per volersi bene – Dal giorno 22 al 25.

Continua la sfida #30 Giorni per volersi bene. In questo post riassumerò i giorni dal 22 al 25 compresi. Partiamo!

leggere

  • Esercizio del giorno 22: leggi un libro che ti piace. Amore per te significa anche nutrire la tua anima. Leggersi dentro va bene, ma la lettura potrebbe risultare molto breve se non dedichiamo del tempo ad alimentare le nostre conoscenze e le nostre esperienze emotive e non. Conoscere, scoprire culture, realtà, sensazioni e storie diverse, ci arricchisce enormemente, e non c’è niente di meglio di un bel libro per raggiungere tutto questo senza spostarsi dalla nostra camera. Io mentre leggo sto davvero bene; mi sento serena, protetta, al sicuro tra le lenzuola e le pagine di un mondo in cui posso entrare ed uscire a piacimento, senza che nessuno resti deluso o ferito. E’ una grande libertà di cui non potrei mai fare a meno.

Sbagliare

  • Esercizio del giorno 23: affronta il drago del perfezionismo e sbaglia qualcosa di proposito. È davvero così terribile o puoi amarti lo stesso? Personalmente, mi sono già cimentata in questo esercizio. Per lavoro scrivo continuamente: mail, documenti, lettere e quant’altro. E qualche giorno fa, rinominando un file di poco conto da inviare al commercialista, ho volutamente omesso una lettera. So che può sembrare una stupidaggine, ma per me è stato molto difficile. Avevo continuamente la tentazione di sistemare quel refuso, e tutt’ora vorrei correggerlo, anche se so che non lo vedrà mai più nessuno. Lo so io soltanto, lo sa la parte perfezionista che mi abita e che non lascia passare mai niente. Ma mi sono ripromessa che resisterò, anche perché, tutto sommato, nessuno morirà per un mio errore di battitura.

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  • Esercizio del giorno 24: medita qualche minuto; è una pratica efficace per fare ordine e spazio nella mente. Non so se anche a voi capita di cominciare la giornata così, senza pensieri: alzarsi dal letto, vestirsi, fare colazione, e ricordarsi solo all’ultimo momento (o non ricordarsi affatto) di prendere la lista della spesa o un foglio che dovevamo portare al commercialista dopo il lavoro. La mia vita è così: un momento mi sembra di avere tutto sotto controllo, di avere bene in mente le cose che dovrò fare l’indomani, e il momento dopo i miei pensieri sono in tutt’altra dimensione (di solito in quella dei sogni ad occhi aperti). Alla lunga è sfiancante, perché sento che la vita mi sfugge di mano: basterebbe davvero fermarsi un momento e concentrarsi per organizzarsi al meglio, sfuggendo alla fretta del tempo che corre senza sosta.

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  • Esercizio del giorno 25: chiedi aiuto se ne hai bisogno. Questo rappresenta per me uno degli esercizi più difficili in assoluto. Sono sempre stata abituata a fare da sola, ad arrangiarmi, a non chiedere mai. Figurarsi che l’ultima volta che ho messo piede all’ospedale, ogni volta che le infermiere mi chiedevano “ti senti bene?” rispondevo di si solo per non dare fastidio, e dentro di me pensavo:”be’, magari non ti senti benissimo, ma dì che è tutto apposto, non fare l’esagerata, le persone che stanno veramente male sono altre”. E così, sono arrivata a pronunciare la parola “scusat……” un attimo prima di svenire. Un attimo troppo tardi. Se avessi chiesto aiuto qualche minuto prima, probabilmente mi avrebbero sdraiato e non sarebbe successo niente. Il problema è che non riesco a farmi amare dagli altri, far sì che gli altri si prendano cura di me. Le poche volte che succede, mi sento tremendamente in colpa, e sono lacerata dal peso di aver rotto le scatole a qualcuno.

 

Anche per voi sono esercizi difficili, o sono un caso disperato? ^_^

 

Qui trovate gli esercizi dei giorni passati.

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Il male banale

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Qualche giorno fa, intorno alle 8.45, ero in macchina come ogni mattina diretta verso l’ufficio. E come sempre ascoltavo Radio Deejay: adoro il Trio Medusa, perché riesce a farmi ridere come nessun altro, specialmente la mattina. Il programma era quasi finito, e uno dei loro ospiti parlava della “banalità” del male, riferendosi alla seconda guerra mondiale e a tutte le atrocità che ha portato con se. In sintesi, spiegava che c’è una forma di male “banale”, che scaturisce dal livello di coinvolgimento delle persone in ciò che fanno:”Lui mi ha detto di fare così, la legge lo dice, io eseguo soltanto, quindi non mi sento coinvolto emotivamente in ciò che sto facendo”.

Così è un po’ riduttivo, ma visto che mi sono documentata a riguardo, vi vado a spiegare meglio. “La banalità del male” è un libro scritto dalla filosofa tedesca Hannah Arendt sul resoconto del processo contro Adolf Eichmann, uno dei tanti nazisti responsabili del genocidio degli ebrei e processati alla fine della seconda guerra mondiale.

La Arendt fu convocata nel 1961 a Gerusalemme come inviata della rivista The New Yorker per assistere al processo contro Eichmann; a lei spettava il compito di osservare da vicino uno dei carnefici che avevano preso parte al terribile piano di sterminio della razza ebrea, al fine di descrivere al mondo quanto quell’uomo fosse crudele e cattivo. O almeno era questo che tutti, la Arendt compresa, si aspettavano di trovare.

Quindi fu una vera sorpresa scoprire che Eichmann era in realtà un uomo mediocre ed insignificante, un semplice funzionario che si era limitato ad eseguire gli ordini che gli venivano impartiti. Era una persona talmente insignificante e priva di empatia, che non si sentiva minimamente coinvolto in ciò che aveva fatto: non percepiva alcun rimorso di coscienza. E questi tratti erano comuni alla maggior parte dei nazisti responsabili dell’Olocausto.

 

Eichmann non provava nessuna emozione, nessun rimorso o rimpianto e si sentiva giustificato dal fatto di essere stato un semplice soldato, un mero esecutore degli ordini che arrivavano dall’alto: non era pensabile, per un buon soldato, criticare o contestare alcunché. Non era pensabile anche solo mettere in dubbio un ordine anche solo alla presenza di se stessi.

Tutto quel male feroce e assurdo, che oggi ci appare del tutto immotivato, per quei soldati non era altro che banale dovere esecutivo. La loro coscienza non era minimamente coinvolta in ciò che eseguivano per conto di gerarchie superiori.

E per noi che guardiamo a quegli eventi come all’onta peggiore di tutta la civiltà moderna,  è sconcertante rendersi conto di come una persona riesca a rendere banali le più gravi crudeltà e bestialità, senza sentirsi minimamente coinvolta a livello critico ed emotivo.

Eichmann non provava alcun rimorso di coscienza nel provocare sofferenza, perché sotto il Nazionalsocialismo il male era la legge che regolava il tutto e lui non aveva pensato neanche per un solo istante di infrangere la legge.

La Arendt scrive:

“Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause e motivazioni.

Gli atti erano mostruosi, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco e mostruoso.

Nessun segno in lui di ferme convinzioni ideologiche o specifiche condizioni malvagie, e l’unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento fu: non stupidità, ma mancanza di pensiero.”

Mi ha spiazzato comprendere che male non necessariamente va a braccetto con odio e cattiveria. Male può anche essere soltanto incapacità critica.

Altro che rispetto dei canoni estetici e corsa verso la popolarità sui social: ciò che dovremmo promuovere è la capacità critica, la capacità di ragionare con la propria testa e di valutare qualsiasi cosa ci venga sottoposta. Aggiungiamo magari anche un pizzico di empatia, che non guasta mai.
Il mio timore è che queste cose non si possano insegnare: o ci nasci, o non c’è niente da fare. Ma non è detto che non ci sia alcuna speranza: nel dubbio, io ci proverei.
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Perdonatevi da soli, che io non ce la faccio

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Non più tardi di tre mesi fa, avevo cominciato a scrivere proprio questo stesso post.

Mentre scrivevo, sentivo la rabbia crescermi dentro ad ogni parola, ad ogni ricordo. Poi le lacrime hanno cominciato a sgorgare come cascate da questi occhi stanchi, tanto che non sono più riuscita a vedere la tastiera. Allora ho asciugato quelle lacrime, mi sono alzata dalla sedia e ho bevuto un po’ d’acqua. Quando ho ricominciato a scrivere, la reazione si è ripetuta, identica. A quel punto mi sono detta:”Basta, non è il caso che tu ti faccia ancora male per niente. Probabilmente non sei ancora pronta per questo, anche se pensavi di esserlo”. Così ho abbandonato ogni tentativo.

Ma questo fino ad oggi, quando ho ripensato alle cose che volevo scrivere e buttare fuori, e che mi facevano così male, dilaniandomi come un come un coltello dalla lama affilata e rovente. Un coltello in grado di infliggermi una ferita spaventosa, uno squarcio netto dalla testa al cuore.

Parto dal principio, cercando di essere breve: quando lo scorso anno il mio matrimonio è finito, non l’ho sbandierato subito ai quattro venti. Avrei voluto parlare con tutte le persone che mi erano care, una per volta, per evitare che gli eventi arrivassero alle loro orecchie solo per sentito dire. Purtroppo, però, le cose non sono andate come avevo immaginato: alcune persone che credevo amiche hanno tradito la mia fiducia ed è andato tutto in malora. Avevo perso il controllo della mia vita, e sbandavo come se stessi correndo a 150 all’ora su uno strato d’olio e ghiaccio. E proprio durante una di quelle giornate in cui ancora non sapevo dove sbattere la testa, mi si presenta a lavoro mia cognata Cinzia. Mi chiede spiegazioni, io gliele do rischiando di piangere davanti ad un sacco di estranei, e rimaniamo d’accordo che ci vedremo comunque, perché ha capito le mie motivazioni, e poi Rebecca (mia nipote) non può stare senza di me, come io senza di lei. Sono sollevata.

Se non che, due giorni dopo, sulla bacheca Facebook di mia cognata Cinzia (moglie del fratello del mio ex marito) cominciano a comparire frasi del tipo: “datemi una mela avvelenata, io saprei a chi darla”. Oppure:”prendere decisioni difficili è dura e serve coraggio, ma se quelle decisioni sono decisioni di m…, questo discorso non vale”. Il mio sesto senso mi dice che c’entra qualcosa la mia decisione, quindi provo a contattarla. Non risponde, non si fa trovare. Insisto, le dico che mi sarei aspettata un comportamento più maturo da una donna di più di quarant’anni, e che le frecciatine su Facebook sono cose da dodicenni. Ma i miei disperati tentativi di avere un confronto adulto rimbalzano contro un muro fatto di gomma e silenzio. Le mando un ultimo disperato appello”Rebecca mi manca più di ogni altra cosa al mondo. Vorrei vederla”. Ma senza un perché e senza la benché minima spiegazione, mi ritrovo in preda al panico: mi rendo conto che non potrò mai più vedere la mia nipotina di 4 anni. Passo le notti a piangere, in preda alla rabbia e alla disperazione. E quando mi addormento la sogno spesso: sogno che ci incontriamo per caso, che lei mi grida “ziaaaaaa” vedendomi da lontano, con quella sua vocina che riconoscerei tra milioni, e alla fine ci abbracciamo forte. Puntualmente mi sveglio e mi accorgo che sto piangendo davvero.

Più passa il tempo e più non riesco a farmene una ragione. Non riesco a comprendere come un genitore possa essere così crudele e privo di intelligenza. Lei stessa mi ripeteva continuamente:”non c’è niente da fare, quando vede te non esiste nessun altro. Appena arriva zia, spunta il sole”. E la cosa era reciproca.

Rebecca per me non era solo una nipote; era più una sorella minore, una figlia. Ha passato tanto tempo tra le mie braccia, tante domeniche mentre la madre era a lavoro; insieme abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo cantato e guardato i cartoni animati. Se è diventata ciò che è, è anche merito mio e dell’amore con cui mi sono presa cura di lei. Quante ninna nanne le ho cantato per farla addormentare, e che dolore quando alla fine cedeva al sonno e non potevo metterla nella culla altrimenti sapevo che si sarebbe svegliata. Ma sopportavo volentieri. Adoravo guardarla dormire, sentire il suo respiro, ed essere lì non appena apriva gli occhietti. E’ con lei che ho avuto il rapporto più sincero in assoluto degli ultimi anni: non c’era bisogno di mentire, di nascondersi o di far finta di essere qualcun altro. Lei mi amava per quella che ero, e per me era lo stesso.

Quando un paio di settimane fa l’ho incrociata con sua madre al supermercato, sono andata nel panico. Avrei voluto che mi vedesse, avrei voluto abbracciarla. Ma non so cosa i genitori le abbiano detto di me. Se le avessero detto che sono diventata cattiva e lei si spaventasse? Se le avessero detto che me ne sono andata via lontano e si sentisse abbandonata? Io non ne ho idea. Ma per il suo bene, ho preferito non farmi vedere.

Proprio quando stavo cominciando a rassegnarmi all’idea di averla persa per sempre, ecco che me la sono ritrovata davanti. Avevo mentito a me stessa fino a quel momento, fingendo che fosse morta, ma adesso era davanti ai miei occhi e la farsa non poteva continuare. Sono andata nel panico, ho pianto, mi sono infuriata e ho desiderato vendetta.

Non riesco ad abituarmi al fatto di dovermi arrendere a questa ingiustizia. E’ come dire:”ok, avete vinto, smetto di combattere. Ciò che avete fatto è totalmente ingiusto, privo di morale e di intelligenza, ma va bene così”.

Vorrei che quei due genitori provassero anche solo per qualche giorno quello che ho provato io negli ultimi mesi; vorrei che qualcuno gli facesse capire cosa si prova a perdere una persona che si amava come nient’altro al mondo senza che ci sia una ragione valida. Cosa avrei dovuto fare secondo loro? Forse rimanere in quella vita priva di felicità per sempre come fanno loro? Hanno deciso di punirmi solo perché ho risparmiato la tristezza eterna a me e al mio ex marito? E poi a loro, personalmente, che torto ho fatto?

Mi sono resa conto di che persone ottuse e poco intelligenti siano: per vendicarsi della rabbia che provavano nei miei confronti, hanno deciso di togliermi mia nipote. Ma in questo modo, sono sicura che non abbiano fatto del male solo a me.

Da loro non me lo sarei mai aspettato. Da loro che hanno perso un figlio che non era ancora nato, ma che entro tre mesi sarebbe venuto al mondo. La rabbia a questo punto mi farebbe urlare: una bambina come Rebecca non ve la meritavate! Ma so che è solo rabbia. E mi dispiace soltanto che la mia nipotina si ritrovi dei genitori così; la sua vita non sarà semplice.

Non riesco a perdonarli per ciò che hanno fatto, e vorrei che sparissero per sempre, portando con se i ricordi e tutto il male che mi hanno fatto.

Immaturità, cattiveria, vendetta, ottusità. Sono tutte cose che non potrò mai cancellare dalla faccia della terra, e con cui mi sono scontrata troppo pesantemente. A causa loro, ho perso mia nipote per sempre: non riesco a perdonare, almeno non per ora. Come si fa a perdonare qualcuno che ingiustamente ti porta via una persona che ami e che ti ama? Non so rispondere, e nel frattempo gli auguro di continuare a condurre la vita infelice e triste che vivono ormai da anni.

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30 Giorni per volersi bene – Giorno 21

occhi-spaventatiL’esercizio del giorno 21 nella sfida #30 Giorni per volersi bene, è uno di quegli esercizi tosti, che non appena li leggi ti viene d’istinto di passare all’esercizio seguente senza neanche prenderlo in considerazione. L’esercizio recita quanto segue: “fai qualcosa che ti spaventa”.

Quando facciamo qualcosa che pensavamo di non riuscire a fare, quando affrontiamo una situazione che per timore abbiamo sempre consapevolmente evitato, in un attimo ecco che ogni cellula del nostro corpo impara a superare le credenze limitanti che avevamo su noi stessi. E posso assicurarvi che è tutto vero, l’ho provato sulla mia pelle: brucia tantissimo, di un calore che credi di non riuscire a sopportare; ma poi ci passi attraverso, ti scotti, e quando ne sei fuori ti senti più forte, incapace di credere a ciò che sei riuscito a fare.

A me è già capitato diverse volte nel giro degli ultimi 15 anni.

A soli 16 anni mi è cascato addosso il peso di un’intera famiglia piena di problemi; la paura immobilizzava il mio corpo e i miei pensieri. e la depressione mi trascinava sotto terra. Non credevo che sarei mai riuscita ad uscirne, ad essere felice. A dirla tutta, credevo che la felicità a me non spettasse affatto. E invece ce l’ho fatta: voltarmi e lasciare indietro le rovine di una vita che ormai non mi apparteneva più, mi ha fatto sentire un po’ come un guerriero che esce vittorioso da una battaglia lunga e sfiancante.

Quando ho dovuto decidere cosa fare della mia vita, subito dopo l’esame di maturità, la vita mi ha nuovamente messo i bastoni tra le ruote. A casa la situazione era disastrosa, soldi non ce n’erano, ma io volevo studiare, fare l’Università: era questo che avevo sempre pensato che avrei fatto dopo le scuole superiori. Non avevo u piano B. Così affrontai una delle mie paure più grandi: camminare da sola, con le mie gambe, con l’aiuto di nessuno e il mondo contro. Continuai ad arrabattarmi tra i problemi a casa, mi iscrissi all’Università, trovai un lavoro. Dopo tre anni, uscivo stremata ma felice dalle porte dell’Aula Magna col mio 100 sottobraccio e un orgoglio che per me stessa non ero mai riuscita a provare prima di allora.

Infine, lo scorso anno, tutti miei punti di riferimento sono crollati: un matrimonio, dei rapporti d’amicizia, l’amore di mia nipote, una vita routinaria che mi dava sicurezza pur nella sua non totale felicità. Ancora adesso ogni tanto arranco, perché certe cose non si cancellano neanche col tempo, ma sono fiera di me, di essere riuscita a fare quello che, a detta di molti, sarebbe stato impossibile per la maggior parte delle persone. Ho avuto tantissima paura, tanta da sentirmi male più e più volte, da desiderare di finire sotto ad un treno per smettere di soffrire per sempre. E invece, adesso sono qui a parlarne.

Di base le paure che mi attanagliano ogni giorno sono ancora tantissime; ma adesso, quando sento che la paura mi blocca, ripenso a quando credevo di non farcela e invece ne sono uscita vittoriosa, e questo mi da la forza di reagire, di credere che ce la farò, anche questa volta.